A questo evento ha partecipato anche Loredana,

isritta dell'ASD VP Parolin

Bassano-Dakar un'utopia in bicicletta
diventata scuola e pozzi nella savana

Il "Sogno di Nenette". Hanno attraversato mezzo mondo pedalando su un sellino fino nel cuore dell'Africa nera, in Senegal, nel villaggio di Nenette, dove si sono concentrati gli sforzi di tante associazioni vicentine e bassanesi di volontariato che hanno realizzato scuole per l'infanzia, elementari, pozzi, pannelli solari e ambulatori

di ALBERTO FIORIN

 

 

 

DAKAR - Siamo partiti folgorati da un sogno, l'utopia di attraversare mezzo mondo in bicicletta (Europa e Maghreb) per giungere nel cuore dell'Africa nera, in Senegal, nel villaggio di Nenette, luogo dove si sono concentrati gli sforzi di tante associazioni vicentine di volontariato, specificatamente del bassanese, che in questi ultimi anni hanno realizzato alcune strutture indispensabili per migliorare la vita dei suoi abitanti, cioè una scuola per l'infanzia (la prima in assoluto nella savana), una scuola elementare, un pozzo alimentato a pannelli solari e un ambulatorio.

L'energia contagiosa dell'Africa.
Per giungere ad inaugurare alcune di queste ultime realizzazioni abbiamo scelto il nostro mezzo di trasporto più amato, il più silenzioso, il più rispettoso dell'ambiente, il meno inquinante, l'unico veramente ad energia pulita e ad impatto zero sull'ambiente, la bicicletta. E non poteva esserci mezzo più adatto per giungere in Africa, una nazione che ha bisogno di energia pulita e che nello stesso tempo ne emana tanta, tantissima, contagiosa. Energia solare  -  e non solo quella dell'astro che è sospeso implacabilmente nel cielo - ma soprattutto quella dei sorrisi dei suoi bambini, dei ventri delle sue madri, delle mani dei suoi padri, del rullìo continuo dei suoi tamburi.

Tra sabbia e baobab.
Un'energia che ci ha aiutato a superare le difficoltà, ad attraversare gli infiniti deserti pietrosi e sabbiosi, che ci ha spinto oltre i nostri limiti fisici e mentali, che ci ha fatto arrivare, dopo 6250 chilometri esaltanti, nel cuore della savana. Ci siamo ritrovati tra sabbia e baobab, tra capanne e capre, tra asini e dromedari, ad abbracciarci per la realizzazione del nostro sogno e per cercare di realizzare il loro, che è quello di migliorare lì la propria stessa esistenza, di contribuire a infondere qualità alla loro vita, senza per forza scappare, emigrare. Hic et nunc.


Fin giù, appesi alla fune di un meridiano. È stato un viaggio esaltante, non facile, con problemi logistici come l'attraversamento di lunghissimi tratti di deserto, i numerosi bivacchi notturni, i magri lavacri tra le dune con un paio di litri d'acqua a testa, i controlli di polizia in regioni difficili come il Sahara Occidentale o la Mauritania squassate da tensioni e rivolte, gli arroventati chilometri finali, le prime tappe marocchine fredde e bagnate. Un percorso ai margini del grande flusso turistico - sfiorato solo a Marrakech, Rabat, Casablanca e Essaouira - e che si è sviluppato longitudinalmente. È come ci fossimo appesi alla fune di un meridiano che ci ha fatto precipitare velocemente nel cuore dell'Africa, dopo aver percorso quasi 2500 chilometri dell'infinito Marocco, valicando la magica linea del Tropico del Cancro.

Tutti i colori di questa terra. Abbiamo visto le nostre ombre modificarsi e stravolgersi, da quelle placide e morbide che si riflettevano sulle acque paludose della Camargue a quelle brutali, a perpendicolo, sopra le quali agitavamo i nostri pedali, quasi ad oltraggiare la nostra anima. Abbiamo potuto osservare e ammirare i colori di questa terra calda, in tutti i sensi, in cui il deserto è solo un aspetto, a volte marginale, e si trasforma facilmente in superficie rigogliosa, prospera, anche lussureggiante. Abbiamo visto perdersi nel deserto l'infinito nastro nero d'asfalto che scompariva nell'orizzonte, abbiamo scoperto la solidarietà tra viandanti e la gentilezza, inaudita in Europa, di automobilisti marocchini che cedevano il passo al nostro lento procedere fermandosi sul ciglio della strada omaggiando implicitamente il nostro coraggio.

Assaporare la gioia e la disperazione. Abbiamo visto capre arrampicarsi sui rami di Argan, giganteschi baobab avvolti da una tempesta di sabbia, placidi ed eleganti dromedari, deserti sprofondare nell'oceano, barche di pescatori mauritani quasi rovesciarsi sotto il peso di una pesca miracolosa, cavalli smunti, caproni pelosi, abbiamo per la gioia toccato il cielo con le ruote e contemporaneamente assaporato la disperazione, il sapore dell'asfalto e del sangue, quando il nostro compagno Bepi è caduto a soli cinquanta chilometri dall'arrivo rompendosi un po' di ossa e crepandosi l'anima.

Dall'alto di quel sellino.
Dall'alto del sellino abbiamo potuto conoscere mille Afriche diverse e contraddittorie: quella delle fogne a cielo aperto e dei sacchetti di plastica appesi ai rami come lugubri festoni, quella simile a un caleidoscopio di colori e a un frullatore di emozioni, quella della miseria più nera, quella dei bambini che vivono nelle immondizie, quella delle capanne in paglia, quella dei portamenti fieri e sinuosi delle sue donne di una bellezza regale, quella della Coca-cola e del Nescafè, quella dei pozzi d'acqua - merce rara e preziosissima - quella dei ritmi scatenati e delle percussioni, quella dei sorrisi d'avorio che brillano nella notte. Insomma tutto e il contrario di tutto, l'infimo e il sublime. E noi l'abbiamo vissuto in bicicletta e ci resterà tatuato nella pelle e nel cuore.

Alberto Fiorin, ciclista e scrittore, è uno dei partecipanti al "Sogno di Nenette"